Smoke – Wayne Wang – antidoto 4

Un altro antidoto contro il cretinismo natalizio. Si tratta del film SMOKE, 1995. Regia di Wayne Wang, scritto da Paul Auster, che trae la sceneggiatura da uno dei suoi racconti: Il racconto di Natale di Auggie Wren. In scena un grande Harvey Keitel. Un piacevole intreccio di episodi di vita quoditiana a New York, tra cui anche una Christmas story. Di seguito alcuni episodi.

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L’appartamento – Billy Wilder – antidoto 3

Sempre contro gli orrendi adobbi natalizi, che tra poco distruggeranno l’umanità…

A New York, tra Natale e il 31 dicembre, un giovane impiegato di una grande ditta, tra vari colpi di scena, riesce ad imporsi e trovare la libertà. Si tratta di un capolavoro di Billy Wilder, L’Appartamento, del 1960. Si ride e si piange per davvero. Grande sceneggiatura, grande fotografia, grande interpretazione di Jack Lemmon. –Aleph

 

IL FIGLIO DI BABBO NATALE – RACCONTO COMPLETO

Come antidoto agli orrendi addobbi natalizi che si moltiplicato a vista d’occhio nelle città, nei paesi, nelle campagne, tra le dune, tra i pinguini… pubblichiamo il racconto completo delle avventure del figlio di Babbo Natale. Fateci sapere. Buona lettura.

Potete anche scaricarne la versione in pdf dalla nostra pagina Ebook.

 

LE AVVENTURE DEL FIGLIO DI BABBO NATALE

 

1 – ANTEFATTO, LUOGHI, PERSONAGGI, CIRCOSTANZE

Caro Figlio, causa le mie instabili condizioni di salute e la mia veneranda età, per il prossimo ed imminente Natale, in via del tutto eccezionale, affido a te il mio grave lavoro, nonostante tu non abbia ancora raggiunto l’età prevista per l’adempimento di tale compito. Non preoccuparti che emanerò in tempo un decreto apposito, che anche quelli tra i più saggi degli elfi non mi potranno rifiutare.

Presto mi rimetteranno dall’ospedale Natale, così mi ha assicurato il primario elfo, e finalmente ci rivedremo. Ti abbraccio fortissimo.

Tuo,

Babbo Natale

* * *

Così ebbe inizio la notte di Natale tra le più strane che la storia ricordi, in un epoca lontana lontana, naturalmente in una notte buia e tempestosa.

Il regno di Babbo Natale, come molti sanno, è una monarchia assoluta, dove Babbo è l’immagine, corpulenta, di Dio sulla terra, un regno così lontano dal mondo di noi comuni mortali che né cristiano né ebreo né musulmano vi ha mai messo piede, dove Babbo regna sovrano incontrastato e incontrastabile, coadiuvato da un consiglio di dodici saggi elfi, custodi del diritto consuetudinario elfico, il più solido mai esistito, che Babbo è solito apostrofare in segreto o in famiglia con la frase raffinata seguente: »bastardi elfi abitudinari«. Leggende antiche narrano che chi si è avventurato da quelle parti, tra la Scandinavia e il Polo Nord, dove iniziano i ghiacci spessi e perenni, non ha mai più fatto ritorno. Già al tempo di Assiri e Babilonesi si vociferava con invidia di questa monarchia inossidabile, della dinastia dei Natale, basata su un solido nucleo famigliare, che aveva sempre, per tutti i secoli fino ai giorni nostri, assicurato un erede maschio e veramente degno successore, assennato e avvezzo ad amministrare il regno. Non sono noti per di più avvenimenti come ribellioni o rivoluzioni. Fatto davvero meraviglioso, tanto che perfino il grande Tucidide scrisse che, nel considerare quel caso, si trovava finalmente una controprova al proverbio, tanto in voga tra gli Ateniesi a lui contemporanei, per cui »non tutte le ciambelle vengono col buco«.

Così per millenni e millenni, dalle piramidi all’era dei computer, si sono succeduti generazioni di Babbo Natale, Mamma Natale, Figli Natale. Come molti di voi avranno già notato, i nomi della dinastia regnante non brillano per fantasia, ma questo è appunto un indice di una solida e consolidata tradizione millenaria, che risale, secondo molti, tra cui Fernand Braudel, all’alba dei tempi.

All’epoca della storia che sta per essere raccontata, Babbo Natale era malato e di conseguenza occorreva che il figlio lo sostituisse. Figlio Natale, per diventare in fretta Babbo a tutti gli effetti per quella notte, ottenuta con difficoltà l’approvazione del decreto da parte del consiglio degli elfi, i dodici saggi elfi, tutti dai millesettecentottantanove anni in su, legatissimi al complesso codice – a quell’epoca della nostra storia era stato già scritto – del diritto elfico.

Il codice di diritto elfico una volta era compreso nel Corpus Iuris Civilis di Giustiniano, ma quella parte venne bruciata da Teodora, sua moglie, in una notte di follia e orge.

Figlio Natale, ottenuto il permesso eccezionale di andare in giro di notte con le renne alla tenera età di centoventicinque anni, anziché di centotrentuno come stabilisce il codice elfico, non restava che una cosa da fare. No, non trovarsi una donna che diventasse Moglie Natale, non c’era il tempo, ma più semplice ed evidente: ingrassare.

2 – FIGLIO NATALE: CARATTERE, ATTITUDINI, GESTA

Figlio Natale, un tipo magro e allampanato, malinconico, poco incline ad intraprendere il mestiere del padre, studiava le Leggi del sacro diritto elfico, diritto slittifero e rennario, diritto dolciario e giuocattolario, ma in cuore amava la pittura e sognava di scappare in Polinesia per poter dipingere come il suo idolo di gioventù, Gaugain. Lo storico Tacito ci informa anche che il ragazzo centoventicinquenne, era un frustrato: le elfe, esperte della vita, dipendenti della Fabbrica del padre, nonostante lui mettesse in atto le sue arti sentimentali, cioè ci provasse sempre, non si concedevano mai, cioé: »la calza di Natale rimaneva sempre vuota«, come recita un antico proverbio elfico.

Una volta si era innamorato, ricambiato, di una giovane elfa, che però aveva preso parte al movimento Palla Di Neve Continua, per ottenere un salario più equo per otto ore massime di lavoro al giorno. Si era sfiorata la rivolta, evitata soltanto dalle abili manovre dei dodici elfi. Il loro amore continuava nonostante la politica, ma scoperto l’affare da Babbo, Figlio era stato costretto a rinunciare. Così rimase un figlio solo, oltre che un figlio unico, il figlio di Babbo Natale. Terminati gli studi entrò in fabbrica, alla ricerca disperata di Delfina, l’elfina graziosa e carina. Non si incontrarono più, e tutta la loro storia andò a monte, anche secondo Senofonte.

Per questo ed altri episodi, ora che era anche costretto ad ingrassare, Figlio Natale coltivava segretamente dei piani ribelli, verso quel mondo natale che non lo aveva mai accettato.

Nel frattempo, sempre più deluso e amareggiato, Figlio Natale imparava i vari mestieri degli elfi, dedicandosi alla pittura alla sera e nei finesettimana. Sapeva intagliare e scolpire legno, pietre varie, modellare la plastica, plasmare i metalli, e tutte le altre abilità che occorrono per costruire la grande risorsa del Paese Natale, il gran regno monarchico millenario: i giocattoli.

Quell’anno in cui Figlio doveva sostituire Babbo, il desiderio dei più, di grandi e piccini, erano prodotti di alta tecnologia: smartphone, tablet, lettori mp3, e-book reader. Non è che non li sapessero costruire, perché anche la Fabbrica Natale, come sostiene Hobsbawn, è rimasta al passo coi tempi. Ma la crisi, incredibilmente aveva colpito anche la monarchia di ferro: calo di lettere scritte da bambini nella casella postale, caselle di posta elettronica intasate, elfi in esaurimento nervoso, mobbing natale e cassa natalintegrazione erano all’ordine del giorno. Ma la notte del 24 dicembre, nonostante tutto, cade inesorabile puntuale e precisa tutti gli anni.

3 – COME EBBE INIZIO QUELLA NOTTE DEL 24 DICEMBRE

La famosa notte del 24, per chi non lo sapesse, si crea una condizione spazio temporale per cui Babbo sente le voci dei bambini buoni e dei cattivi, si ricorda tutte le lettere dei buoni a memoria e col loro indirizzo, e con una tecnica segreta riesce a fermarsi sul tetto delle case, dei buoni solamente, in modo infallibile. Tutto era pronto allora. Figlio Natale, controvoglia obeso, mai veramente accettato dagli elfi, legati al padre e non abituati ai bruschi cambi di situazione per consuetudini millenarie, nonostante tutto, avevano preparato i regali, le renne e la slitta.

»Mi raccomando Figlio, quando torni dobbiamo portare in consiglio la proposta di riforma degli anni di lavoro, vogliamo abbassarli a duemila, e poi la pensione!«

»Maledetti bastardi tappi abitudinari!« pensò dentro di sé Figlio, ormai Babbo per una notte. Rispose: »Ogni cosa a suo tempo: elfo impaziente, tempesta imminente!«.

»Oh, così giovane e già così saggio! Bravo Babbo futuro! Noi stanotte dal radar controlliamo e in caso di assistenza schiaccia il bottone rosso, in caso di raffreddore il bottone viola, in caso di malinconia il bottone fucsia, in caso di mal di pancia il bottone azzurro…« tanti bottoni quanti i cinquemila commi e mezzo del diritto elfico, più o meno, che era solido e stabile, ma anche un gran calderone, come ci informa Cicerone.

Babbo Natale, tornato qualche giorno prima del 24 notte, in stampelle, tre – una a sostegno della pancia -, parlò per una nottata intera col figlio. »Ora vedrai, vedrai che mi riprenderò presto, perché è presto per te, ti ci vuole ancora qualche anno per far il mio mestiere. Senza di noi il mondo avanti non può andare, la gente ci ama, non può stare senza Babbo Natale, la calza di Natale si gode se riempita, non sta bene sul camino rinsecchita. I bambini coi regali, son la gioia delle mamme, e anche dei papà. Ah, mi raccomando di gridare oh oh oh merry christmas! Su tutti i tetti! Perché, figlio mio, è importate che la gente ti riconosca e creda in te!« disse affettuosamente Babbo.

»Ma Babbo, lo sanno tutti ormai che non esisti!« rispose Figlio. »Se, come dicono in giro, Dio è morto, beh, anche tu non stai mica tanto bene, e faresti meglio a goderti la tua vecchiaia!«.

»E poi, insomma, una volta per tutte, io voglio fare il pittore, voglio andare a vivere in Polinesia, a Tahiti! Là ci sono le donne, non come le elfe lì in fabbrica, maledette stronze, tutte maddalene pentite, tutte casa e fabbrica!« – “chiesa” infatti, come scrive Eusebio di Cesarea, non si poteva dire, perché da loro non esisteva.

»Abbi pazienza, caro mio, abbi pazienza! Anch’io alla tua età… vedrai che ti piacerà girare di notte con le renne, è dura ma ne vale la pena!«.

4 – IN VOLO DURANTE LA NOTTE DEL 24 DICEMBRE

L’impetuoso Figlio tuttavia non aveva tutti i torti. Ormai in volo, mentre tutto andava come consuetudine elfica, in uno scatto di rabbia spense il segnale radar. Gli elfi persero le sue tracce e si trovò da solo, con le renne, nel cielo stellato. Ecco che la gente non si preoccupava del mancato arrivo delle renne sul tetto, perché quasi tutti avevano già pensato per conto proprio a farsi il regalo, come lui sospettava. Solo una bambina continuava a supplicare Babbo Natale, inginocchiata ai piedi del suo lettino.

Figlio, anche se per decreto nei panni da Babbo Natale, fece finta di non sentirla. Rotta per la Polinesia! La bimba non smetteva. Pieno di rabbia sempre più, Figlio Natale atterrò nella capitale di Tahiti, Papeete! Dove si sfogò di tutte le frustrazioni subite al Paese Natale in fabbrica per colpa delle tappe elfe e del diritto consuetudinario elfico, millenario, puritano. Figlio il pittore, nuovo Gaugain, trovò piacere, sesso e Tabarin (ne avevano aperto uno anche nella capitale di Tahiti, copia perfetta dell’originale locale da ballo Parigino). Divenne presto famoso Figlio, per il suo grido di battaglia: »Oh, oh, oh, papeeeeeeeeteee!«. Era solito canticchiare: »Renne a pascolare, regali sulla spiaggia, la vecchia vita… mannaggia, la bambina, non smette di chiamare!«.

»Ma se non esistono più i bambini buoni, com’è possibile? Elfo porco!«.

»Adesso basta! vado là e le dico che non esisto! Donne, scusatemi un attimo!«.

5 – COME EBBE FINE QUELLA NOTTE DEL 24 DICEMBRE

Ad un certo punto della notte di Natale, che come ha dimostrato Einstein, è la notte più lunga dell’anno, arrivò a razzo sul tetto della casa della bambina che non smetteva di chiamare Babbo Natale.

»Eccomi! Porco d’un elfo randagio!«. Scese per il camino di quelle casa, una villetta a schiera, di una famiglia abbastanza ricca. »Ma come, boia d’un elfo ladro!« esclamò sorpreso, »non è la solita povera casetta dove son tutti buoni e poveri in canna e c’è un’atmosfera melensa, quella dei film sul Natale che mi hanno costretto a vedere nelle ore di Propaganda Natalizia – stramaledetta ti odio! – ai tempi della scuola! Qui la faccenda puzza!«. Intanto quella bambina continuava a chiamarlo: »Caro Babbo, lo so, Babbo Natale, lo che io non sono una bambina buona, ma mi hanno detto che Gesù è venuto per quelle come me, che non siamo buone e facciamo i dispetti alle nostre compagne di scuola perché hanno la bambola che vorrei io ma la mamma non me la vuole comprare. Io non ho mai ricevuto regali per Natale, cioè, gli altri anni sì, ma sapevo che me li facevano i miei genitori, ma quest’anno è diverso, perché mi sono stufata delle cose finte, e allora ho detto ai miei di non regalarmi nulla, e mi basta che mi vogliono sempre bene e che non litigano mai. Ma io voglio credere che esisti!«.

»Che rottura di maroni!« proruppe Figlio. »Porca l’oca! Io non esisto! E poi, se c’è una cosa che mi manda in bestia, io non sono Gesù adulto! Quella è roba vera, che non mi compete, io mi occupo di giocattoli, Cristo! E io, una volta per tutte, non esisto! Non esisto! Non esisto!« urlò forte, così forte, che la bambina alzò il capo verso il figlio di Babbo Natale.

Il figlio di Babbo Natale guardò a sua volta la bambina in volto. Tornò subito in Polinesia a prendere il regalo per lei.

Il giorno della Madonna # 5 – Aleph

Una poesia di Gerard Manley Hopkins (1844-1889) che ho letto stamattina. Non azzardo una traduzione, richiederebbe almeno una settimana. Fonte e note. – Aleph

The Blessed Virgin compared to the Air we Breathe

Wild air, world-mothering air,
Nestling me everywhere,
That each eyelash or hair
Girdles; goes home betwixt
The fleeciest, frailest-flixed         5
Snowflake; that ’s fairly mixed
With, riddles, and is rife
In every least thing’s life;
This needful, never spent,
And nursing element;         10
My more than meat and drink,
My meal at every wink;
This air, which, by life’s law,
My lung must draw and draw
Now but to breathe its praise,         15
Minds me in many ways
Of her who not only
Gave God’s infinity
Dwindled to infancy
Welcome in womb and breast,         20
Birth, milk, and all the rest
But mothers each new grace
That does now reach our race—
Mary Immaculate,
Merely a woman, yet         25
Whose presence, power is
Great as no goddess’s
Was deemèd, dreamèd; who
This one work has to do—
Let all God’s glory through,         30
God’s glory which would go
Through her and from her flow
Off, and no way but so.
    I say that we are wound
With mercy round and round         35
As if with air: the same
Is Mary, more by name.
She, wild web, wondrous robe,
Mantles the guilty globe,
Since God has let dispense         40
Her prayers his providence:
Nay, more than almoner,
The sweet alms’ self is her
And men are meant to share
Her life as life does air.         45
    If I have understood,
She holds high motherhood
Towards all our ghostly good
And plays in grace her part
About man’s beating heart,         50
Laying, like air’s fine flood,
The deathdance in his blood;
Yet no part but what will
Be Christ our Saviour still.
Of her flesh he took flesh:         55
He does take fresh and fresh,
Though much the mystery how,
Not flesh but spirit now
And makes, O marvellous!
New Nazareths in us,         60
Where she shall yet conceive
Him, morning, noon, and eve;
New Bethlems, and he born
There, evening, noon, and morn—
Bethlem or Nazareth,         65
Men here may draw like breath
More Christ and baffle death;
Who, born so, comes to be
New self and nobler me
In each one and each one         70
More makes, when all is done,
Both God’s and Mary’s Son.
    Again, look overhead
How air is azurèd;
O how! nay do but stand         75
Where you can lift your hand
Skywards: rich, rich it laps
Round the four fingergaps.
Yet such a sapphire-shot,
Charged, steepèd sky will not         80
Stain light. Yea, mark you this:
It does no prejudice.
The glass-blue days are those
When every colour glows,
Each shape and shadow shows.         85
Blue be it: this blue heaven
The seven or seven times seven
Hued sunbeam will transmit
Perfect, not alter it.
Or if there does some soft,         90
On things aloof, aloft,
Bloom breathe, that one breath more
Earth is the fairer for.
Whereas did air not make
This bath of blue and slake         95
His fire, the sun would shake,
A blear and blinding ball
With blackness bound, and all
The thick stars round him roll
Flashing like flecks of coal,         100
Quartz-fret, or sparks of salt,
In grimy vasty vault.
    So God was god of old:
A mother came to mould
Those limbs like ours which are         105
What must make our daystar
Much dearer to mankind;
Whose glory bare would blind
Or less would win man’s mind.
Through her we may see him         110
Made sweeter, not made dim,
And her hand leaves his light
Sifted to suit our sight.
    Be thou then, O thou dear
Mother, my atmosphere;         115
My happier world, wherein
To wend and meet no sin;
Above me, round me lie
Fronting my froward eye
With sweet and scarless sky;         120
Stir in my ears, speak there
Of God’s love, O live air,
Of patience, penance, prayer:
World-mothering air, air wild,
Wound with thee, in thee isled,         125
Fold home, fast fold thy child.